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Gelindo 

La più antica e bella tradizione natalizia piemontese

  • Dove: nei teatri, nelle chiese, nelle vie, piazze e sale di paesi e città del Piemonte
  • Quando: tutti gli anni, nel periodo dell’Avvento e fino all’Epifania
  • Ideazione: Luciano Nattino (per la versione astigiana del testo)
  • Direzione: Casa degli alfieri / ARTEPO (ARchivio TEatralità POpolare) 
  • Interpreti: dal 1977 la Compagnia Teatrale “A. Brofferio” di Asti e alcuni attori delle compagnie amatoriali astigiane riuniti nella "Compagnia del Gelindo"; dal 2007, nella versione “Gelindo a veglia”, il gruppo “J’Arliquato” di Castiglione d’Asti

Ogni anno, come sempre a Natale, Gelindo ritorna con la sua cavagna carica di ricordi e speranze.
Ritorna con le brume, l’odor di mosto, il freddo e l’attesa del lieto evento.
Si narra che Gelindo sia il primo arrivato al cospetto del Bambin Gesù, in quanto è lui ad aver offerto rifugio a Giuseppe e Maria nella Notte Santa, è lui il proprietario della capanna di Betlemme e del bue là presente.
Il suo nome richiama il gelo invernale, mentre la sua fama (quella del proverbio “Gelindo ritorna”) viene dal suo partire e tornare sempre indietro, tipico di chi ha sempre un’ultima raccomandazione, un’ultima cosa da aggiungere.
La sua storia è un pezzo importante della tradizione piemontese orale, scritta e teatrale. E’ stata letta, rappresentata, raccontata in decine e decine di versioni.
Grazie all’impegno di compagnie e operatori di varie parti del Piemonte, il Gelindo sta conoscendo ai nostri giorni una rinascita che testimonia l’interesse per la tutela di questa figura rappresentativa del Natale “nostrano” che si contrappone al Babbo Natale imposto dalla pubblicità. Luciano Nattino è tra questi appassionati, e sul territorio astigiano, da oltre quarant’anni, la sua riscrittura è il testo di riferimento.

Le origini antropologiche e storiche

statuetta GelindoLa figura del pastore-contadino Gelindo è molto antica, probabilmente di età medievale.
In forma di testo teatrale popolare è stato letto e rappresentato a partire dai primi anni dell’Ottocento nelle stalle, negli oratori, nei teatri di tutto il Piemonte. Inoltre i cantastorie hanno dato il loro contributo alla diffusione del testo recitandolo nelle piazze di tutta l’Italia settentrionale, con i necessari adattamenti linguistici.
Il Gelindo in quanto personaggio è entrato a far parte del presepe: indossa cappellaccio e umile vestiario contadino, sulle spalle porta un agnello, dono per il Bambin Gesù. Si distingue da altri personaggi simili perché volge lo sguardo alle sue spalle, per essere sicuro di essere il primo.
Accanto agli studi filologici ottocenteschi, come quelli di Costantino Nigra e Rodolfo Renier, la figura ha suscitato l’interesse di altri studiosi di epoca successiva e contemporanea.
Doverosa la citazione del corposo saggio di Roberto Leydi “Gelindo ritorna” che è il più recente e autorevole contributo all’argomento. L’autore nota che Gelindo non è propriamente un pastore, figura non così frequente in Monferrato, ma piuttosto un contadino. Anche i doni che Gelindo e la sua famiglia portano al Bambin Gesù sono evidentemente contadini, cioè uova, capponi, vino, ai quali si aggiunge un agnello che evoca certo una condizione pastorale, comunque perfettamente compatibile con la realtà rurale del nostro territorio.
Quanto alla descrizione del carattere, riprendiamo le parole del filologo Marco Piccat: “Gelindo, figura da bonaccione, amante e difensore degli usi antichi, […] rappresenta bene, con sottile vena ironica, il carattere un po’ brontolone e scontroso, tradizionalista e garbatamente ingenuo, proprio del modo di vita perpetratosi nelle campagne sino ai decenni scorsi”.
Gelindo incarna dunque al meglio lo spirito popolare piemontese ed il successo del personaggio ha fatto sì che si moltiplicassero le versioni e i copioni. Doveroso citare alcune tra le più note versioni: copione per soli uomini di don Carlo Testone (Tortona); dei frati francescani di Alessandria; del padre cappuccino Giovanni Maria Tognazzi (Novara); di Renzo Giglio Ubertino (tradizione di Chiaverano); di Beppe Buzzi in dialetto vogherese; della compagnia “L’Angelo Azzurro” di Montà d’Alba in dialetto canalense; in dialetto genovese di Pier Luigi Persoglio. Infine va segnalata la versione del torinese Gian Mesturino (patron del Teatro Alfieri, dell’Erba, del Gioiello e del Teatro Nuovo di Torino) messa in scena con la regia di Girolamo Angione.

Il Gelindo astigiano. Le versioni di Luciano Nattino

Si può dire che la tradizione della divota cumedia non ha subito interruzioni, grazie alle tante versioni esistenti ed alla diffusione del testo. La storia è tutt’oggi viva e attiva, grazie anche all’esistenza di copioni più moderni, come si è detto.
Verso la fine degli Anni Cinquanta, il giovanissimo Luciano assiste per la prima volta alla recita del Gelindo nel vecchio Teatro Don Bosco ad Asti.
Nel 1977, sulla scorta dei testi tradizionali (in particolare gli studi ottocenteschi del Renier e la versione degli Anni Cinquanta di Padre G. Maria Tognazzi), cominciò ad andare in scena la riscrittura di Nattino, con l’interpretazione di alcuni indimenticabili attori astigiani (Emanuele Pastrone, Gina Giannino, Tino Perosino…). Nacque proprio intorno a questo progetto la Compagnia “Angelo Brofferio” e rinacque il Gelindo nell’attuale versione, poi ripetuta dalla compagnia per molti anni.
Negli Anni Novanta, sempre su stimolo di Nattino, si formò “la Compagnia del Gelindo” con attori provenienti da diverse compagnie amatoriali astigiane (alcuni della prima storica Brofferio) e il successo continuò.
La divota cumedia nattiniana è una rappresentazione corale, con quattordici attori in scena che parlano una lingua piemontese imbastardita (un dialetto astigiano condito di varie parlate), con l’accompagnamento musicale di una corale, con angeli reclutati tra i bambini del pubblico, con Re Magi che arrivano davvero da lontano, interpretati da attori extracomunitari.
Anche in questo caso non manca il “marchio di fabbrica” del teatro di Nattino, ovvero la Storia vista con gli occhi degli umili. Infatti, tralasciando le lunghe scene bibliche del testo antico, questa versione si concentra soprattutto sulla famiglia di Gelindo e sugli avvenimenti di cui sono ingenui e meravigliati spettatori: il censimento, Maria e Giuseppe, la stella cometa, i Re Magi e infine l’atteso evento.
L’incolmabile “gap” che esiste fra il grande mistero dell’incarnazione di Dio e il senso pratico dei protagonisti contadini crea situazioni comicissime e tenere. Un riso che sgorga dalla rappresentazione dell’umile vita piemontese che con solenne anacronismo viene portata in Palestina.
Dal 2007 Nattino ha ulteriormente trasformato il suo copione teatrale in un “Gelindo a veglia”, un adattamento “sartoriale” creato a misura del gruppo folk “J’Arliquato” di Castiglione d’Asti: un altro modo di raccontare Gelindo, forse ancora più vicino a quella tradizione orale che spontaneamente sopravviveva nelle case del contado monferrino.

Curiosità

La Concione di Maffeo Così come il Gelindo alessandrino ha la sua businà, cioè il commento all’attualità fatto da Gelindo prima dell’inizio della rappresentazione (un momento atteso perché ogni volta nuovo ed esilarante), anche la versione di Nattino ha avuto in passato un momento simile: quello in cui Maffeo, l’anziano garzone, parla direttamente al pubblico. L’origine di questo inserimento si deve all’attore Emanuele Pastrone, per quasi trent’anni grande interprete di Maffeo, che durante una recita, senza che la cosa fosse concordata, si lasciò andare a una vera e propria improvvisazione in cui parlò della condizione degli anziani, spesso lasciati soli dai più giovani e che, tuttavia, rappresentano i veri custodi della casa, della memoria, del focolare. Il tutto eseguito con parole semplici e poetiche, capaci di strappare lacrime e sorrisi. Fu un momento emozionantissimo che il regista e l’attore decisero di mantenere, traendo di volta in volta i temi dall’attualità. 
I Re Magi Nel cast della Compagnia “A. Brofferio” di Asti, che ha portato in scena il Gelindo dalla fine degli Anni Settanta, i tre Re Magi erano interpretati da tre extracomunitari (un albanese, un marocchino e un senegalese). La scelta fece gridare allo scandalo un politico locale, che parlò di “tradizione piemontese tradita”. Da notare che questi interpreti pronunciavano le battute in parlata astigiana.
Luciano Nattino in scena In numerose occasioni, e per supplire a momentanee assenze di altri attori, lo stesso Nattino ha recitato nel Gelindo, interpretando di volta in volta vari personaggi, dal Re Mago al soldato romano, da Maffeo all’Angelo, fino alla parte del protagonista.


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