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Orsi carnevaleschi 

Orsi ma anche Lupi e Uomini Selvatici del Carnevale in Piemonte: antiche figure mitiche protagoniste dei riti di rinascita primaverile

  • Dove: nelle vie e piazze di alcuni Comuni del Piemonte, tra cui: Balmuccia (VC), Champlas du Col – Sestriere (TO), Chianale (CN), Cortemilia (CN), Cunico (AT), Magliano Alfieri (CN), Mompantero (TO), Murazzano (CN), Valdieri (CN), Volvera (TO).
  • Quando: nel periodo di Carnevale
  • Interpreti: gli abitanti del paese, anche coadiuvati da artisti e animatori per la realizzazione delle scene teatrali

Luciano Nattino e l’antropologo Piercarlo Grimaldi, fin dai primi anni del nuovo millennio, hanno contribuito alla riscoperta e riproposizione di alcuni antichi Carnevali piemontesi, di cui talora sopravvivevano poche testimonianze orali o iconografiche. Figure centrali di queste feste sono personaggi a metà fra l’umano e l’animale: Orsi, Lupi, Uomini Selvatici che simboleggiano il risveglio primaverile, l’inizio di un nuovo ciclo agrario e il sovvertimento delle regole della società umana ad opera degli elementi naturali. La sopravvivenza di tali manifestazioni sembra indicare, da un lato, la necessità di rituali identitari, che affondano le radici nella tradizione, di contro al rischio della globalizzazione; dall’altro, l’insopprimibile legame fra l’uomo e la terra, che di questi tempi suona come monito per una rinnovata coscienza ecologica.

Le radici storiche e antropologiche  

Esistono testimonianze letterarie ed iconografiche che comprovano l’esistenza di queste maschere carnevalesche già nel Medioevo. Le ricerche condotte recentemente, a partire dalle testimonianze orali, hanno rivelato che il Piemonte è un territorio storicamente ricco di Carnevali aventi per protagonista una maschera animalesca: un orso, un lupo, o un “selvatico”, declinati e realizzati con varie modalità personalizzate dalla comunità che li ha generati.
Il tempo del Carnevale, nell’ambito del calendario rituale contadino, segna il passaggio tra l’inverno e la primavera, quindi simbolicamente tra la morte e la vita. I campi abbandonati alla morte dell’inverno vedono ora il risveglio della natura e la ripresa del lavoro dell’uomo.
Per comprendere come la rappresentazione di un animale selvatico abbia attinenza con le pratiche agricole e più in generale di produzione e riproduzione di una comunità, dobbiamo rifarci al mito.
La maschera animalesca che appariva in paese pronosticava agli abitanti il corso della nuova annata agraria. L’Orso carnevalesco si risvegliava dal letargo nella notte tra l’uno e il due di febbraio, che conduce alla giornata “di marca” della Candelora. In funzione della fase lunare che osservava in cielo, l’Orso stabiliva se l’inverno fosse al termine, oppure se doveva ritornare nella tana per altri quaranta giorni, sapendo che la primavera sarebbe giunta in ritardo.
Il contadino, così come l’orso, decide in funzione della luna se porre fine alle veglie invernali e cominciare i lavori dei campi, oppure protrarre il forzato riposo consumando con cautela le riserve di cibo che dovranno durare più a lungo.
Gli elementi di teatralità e ritualità che accomunano i Carnevali rintracciati sul territorio piemontese (ma sono noti molti altri esempi analoghi sparsi sul territorio nazionale ed estero, alcuni dei quali sopravvivono tutt’oggi) sono molti e densi di simbologie.
Un membro della comunità scelto per interpretare l’Orso, o Lupo o Selvatico, si sottopone ad una vestizione con materiali naturali vari (pelli, fibre vegetali intrecciate o cucite, piume e fogliame incollati agli abiti tramite pece, miele o mostarda), dopo di che comincia a fare incursioni per le vie del paese, spaventando gli abitanti e portando scompiglio. L’animale deve essere catturato, incatenato, a volte viene affidato ad un “domatore”; in alcuni casi l’orso balla insieme alle ragazze del paese, con riferimenti ai riti di fertilità; segue il processo alla bestia e la condanna a morte; il Carnevale termina con il testamento dell’Orso e l’accensione del falò su cui esso viene bruciato; in alcuni casi l’animale riesce invece a fuggire ed a scomparire nuovamente nei boschi.

Sopravvivenza di Orsi e Lupi carnevaleschi in Piemonte

Le maschere del Carnevale piemontese ci narrano dunque di un mondo mitico, selvaggio, con cui, in fondo, la società del terzo millennio sembra voglia ritornare a confrontarsi creativamente.
Animali da spavento e da divertimento, divinità arcaiche delle feste, tornano a rinselvatichire le nostre contrade, disubbidendo ai ritmi imposti dalla globalizzazione e celebrando simbolicamente lo stato di natura, la ciclicità della vita, il calendario rituale contadino.
La tradizione contiene sempre un “tradimento” delle forme antiche, un’attualizzazione che ha dato luogo a Carnevali in cui si sono visti riapparire nei paesi orsi e uomini selvatici attorniati da bambini con costumi di Spiderman e fatine; ciononostante, e grazie a vari promotori culturali (artisti, ecomusei, amministrazioni comunali e pro loco), il pubblico di oggi può ancora attingere a queste importanti testimonianze folkloriche.
Tra i Carnevali più significativi e di recente rappresentazione segnaliamo:

  • L’Orso di piume di Cortemilia (CN) – Nella Langa della Bormida riappare l’Orso nel 2005, ripresa basata su tracce letterarie di Augusto Monti circa il Carnevale del vicino Comune di Monesiglio; l’innesto, avvenuto su iniziativa di Donatella Murtas e dell’Ecomuseo dei Terrazzamenti e della Vite di Cortemilia, intende contribuire al “ripopolamento” di questa particolare maschera antropomorfa.
  • L’Orso di piume di Magliano Alfieri (CN) – La memoria letteraria della pratica rituale dell’Orso di piume è certificata dalla comunità di Magliano Alfieri, posta a cavaliere tra le Langhe e il Roero. Il Gruppo Spontaneo locale animato dal compianto Antonio Adriano ha conservato la tradizione del plantigrado che, indossata una tuta di sacco, viene cosparso di conserva a cui si appiccicano le piume delle galline spennate per la cucina grassa del tempo trasgressivo del Carnevale. La tradizione non si è mai interrotta.
  • L’Orso di segale di Valdieri (CN) – In valle Gesso, dal 2003, è stato riportato alla luce dopo un’interruzione durata circa cinquant’anni. A partire dalla paglia di segale si forma una lunga treccia che avvolge e riveste completamente la persona. L’Orso viene condotto in catene per le vie del paese da un domatore. Alcune volte tenta di fuggire e di aggredire le donne che incontra nel percorso. Libero dalla catena, ne sceglie una per un ballo per poi tentare la fuga, infine, sostituito da un pupazzo di paglia, viene ritualmente bruciato.
  • L’Orso di meliga di Cunico (AT) – La manifestazione è stata ripresa nel 2007 grazie all’iniziativa dell’amministrazione comunale e dell’Ecomuseo Basso Monferrato Astigiano. L’Orso ha un costume rivestito di foglie di granoturco inumidite e arricciate a simulare il pelo, il volto è nascosto da una maschera di cartapesta, la testa incappucciata. Una catena al collo, strattonata dal domatore, faceva emettere ringhi alla bestia che, tentando la fuga, spaventava la gente.
  • L’Orso di ricci e muschio di Balmuccia (VC) – Il costume è stato riprodotto nel 2007 da Cesare Locca a partire da una fotografia storica. L’uso del riccio di castagna ne accentua il tratto selvatico, vegetale, e siccome punge, è metafora dell’animale selvatico con cui bisogna usare prudenza. La maschera rinvia, infine, anche al riccio, uno degli animali del letargo che con la marmotta, l’orso ed altri, allude al modello lunare della rinascita dopo il lungo inverno.
  • L’Orso di pelli di Volvera (TO) – I giovani hanno ripreso nel 1995 la questua dell’orso e della capra che gli anziani ricordavano dall’ultimo dopoguerra. Va osservato che la maschera è oggi costruita con materiali sintetici che non rinviano con facilità ai ritmi naturali, selvatici. Ciò non toglie però nulla alla simbologia che la questua carnevalesca ripropone: essa contiene una carica mitica che contribuisce al ricrearsi di un’identità comunitaria in contesto ormai fortemente urbanizzato.
  • L’Orso di pelli di Mompantero (TO) – Qui la tradizione non ha mai registrato interruzioni. L’Orso, durante la questua alla ricerca di vino, è tenuto a bada dai domatori, ma talvolta si ribella e cerca di aggredire. Alla fine della giornata verrà domato dalla giovane scelta per il ballo rituale.
  • L’Uomo Albero di Murazzano (CN) – Nella memoria dei più anziani è ancora vivo il ricordo di una figura carnevalesca che aveva le stesse funzioni e i comportamenti dell’orso. Si tratta dell’uomo selvatico che è profondamente attestato anche nell’arte profana e sacra medievale, raffigurato soprattutto sui capitelli delle chiese urbane e di campagna.
  • I Vecchi di Champlas du Col (TO) – Tradizione ripresa dal 2005 in questa frazione di Sestriere, rappresenta un prezioso reperto folklorico altrimenti non più osservabile sul territorio piemontese. I Vecchi sono due entità maschili accompagnati da una moglie che condividono, e che ritornano simbolicamente ad arare la terra della montagna. La ripresa della festa ha recentemente rivendicato l’identità comunitaria nel momento in cui il territorio era diventato il centro della globalizzazione olimpica (2006). Ma nell’apparizione di questi antichi numi tutelari viene anche rappresentata la speranza di poter preservare la montagna dall’assalto della società tecnologica, per conservarla quale luogo sacro del mito.
  • Il Lupo di Chianale (CN) – Ripreso nell’ultimo sabato di Carnevale del 1999, il lupo con il branco che lo segue conduce una questua per le case del paese riprendendo una tradizione che si era interrotta nel corso degli anni Sessanta. La figura del Lupo di Chianale è probabilmente l’unica attestazione attiva sul territorio regionale. La ritualità prevede un sacrificio finale: il sangue che sgorgava era in realtà quello di un animale ucciso precedentemente, che veniva raccolto in una ciotola di legno e usato per cucinare le frittelle al sangue, da mangiare durante il grande cenone serale.

Azioni e pubblicazioni di ARTEPO sulle figure carnevalesche piemontesi

Le figure mitiche elencate, come già detto, costituiscono un modello cognitivo folklorico che, per entità e densità, non ha eguali in Italia ed in Europa. Nel corso degli anni ARTEPO ha lavorato al recupero di questo patrimonio riproponendolo all'attenzione del pubblico, degli studiosi e dei ricercatori italiani ed esteri. Grazie ad un lavoro congiunto con i rispettivi Comuni ed Ecomusei d'appartenenza, ARTEPO ha attivamente partecipato alla riproposizione di:
Orso di segale di Valdieri (CN), nel 2003, che rimanda ad una tradizione attiva fino agli anni Quaranta del Novecento;
Orso di piume di Cortemilia (CN), basato sul testo I sansossì di Augusto Monti, ripreso nel 2005;
Orso di meliga di Cunico (AT), di cui si ha traccia fino agli anni Sessanta del Novecento, ripreso nel 2007 con la drammaturgia e regia di Luciano Nattino e la partecipazione del Faber Teater di Chivasso (TO).

La ricerca sui Carnevali piemontesi è culminata nella mostra “Dei selvatici” presentata il 17 gennaio 2007 alla Maison de l’Italie – Cité Universitaire Internationale di Parigi. Nel febbraio 2007, nel periodo di Carnevale, la collezione delle maschere tradizionali è stata esposta in tutti quei territori dove era avvenuta la ripresa dell’Orso carnevalesco. Esposizione finale al Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino, ove gli orsi carnevaleschi sono stati posti accanto agli orsi tassidermizzati, in un rapporto contestuale e prossemico di "specchio", per riflettere su un nuovo modo di intendere il rapporto tra uomo e natura. A corredo dell'esposizione è nato anche l'omonimo catalogo, un prezioso volumetto che riporta i nuclei più interessanti dello studio antropologico, e da cui sono tratti i presenti testi (v. bibliografia).

Curiosità 

Sant’Orso Monaco del V secolo d.C., la Chiesa lo ricorda il 1 febbraio. C’è un proverbio attinente: “Se a sant’Ors l’ors al suva ël pajon, per quaranta dì al va a baron” - Se a sant’Orso l’orso asciuga il pagliericcio, per quaranta giorni il tempo sarà perturbato. Il detto ci riporta alla teoria dell’orso lunare predittivo che esce nella notte d’inizio febbraio ed evidenzia il sincretismo tra la maschera carnevalesca e l’omonimo santo.
L’Orso “marino”
A Cunico (AT) la gente apostrofava la maschera: “Orso marino, fai sentire la tua voce!”. L’aggettivo marino allude al vento tiepido che in piemontese viene detto appunto marin, che soffia nei primi giorni di febbraio e che è foriero di precari e brevi periodi primaverili che preludono ancora ad un rinvigorimento dell’inverno.

BIBLIOGRAFIA
Grimaldi P., Nattino L. (2007) Dei Selvatici. Orsi, lupi e uomini selvatici nei Carnevali del Piemonte, Castagnole M.to (AT), Casa degli alfieri - Archivio della Teatralità Popolare.


Casa degli Alfieri
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